È reato la cd. violenza economica?
La violenza domestica non si manifesta solo attraverso percosse, minacce o insulti, condotte che normalmente rientrano nel reato di maltrattamenti in famiglia. Esiste anche una forma meno evidente, ma altrettanto dannosa: la violenza economica.
Negli ultimi anni la giurisprudenza italiana ha riconosciuto con sempre maggiore chiarezza che la violenza economica può integrare il reato di maltrattamenti in famiglia. Si tratta infatti di comportamenti che possono compromettere la libertà e la dignità della vittima, fino a provocare uno stato di sofferenza psicologica e materiale.
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema in diverse pronunce, tra cui:
- sentenza n. 1268 del gennaio 2025;
- sentenza n. 519 dell’aprile 2025;
- sentenza n. 4817 del febbraio 2026.
In quest’ultimo caso, un marito è stato condannato per aver privato la moglie delle risorse economiche necessarie per la cura personale e per il mantenimento della famiglia. In più occasioni si era allontanato da casa, lasciando la moglie e la figlia senza denaro, persino per acquistare le medicine.
Secondo la Cassazione, può configurare il reato di maltrattamenti la condotta di chi impedisce al partner di raggiungere o mantenere un’autonomia economica quando tale comportamento, imposto con modalità vessatorie o attraverso forme di controllo e prevaricazione psicologica, determina uno stato di soggezione e sofferenza nella vittima.
Tra le situazioni più frequentemente portate all’attenzione dei giudici vi sono:
- costringere il partner a lavorare nell’azienda di famiglia senza retribuzione;
- ostacolarne la crescita professionale;
- limitare o impedire l’accesso alle risorse economiche familiari;
- controllare e autorizzare ogni singola spesa;
- imporre la consegna dell’intero reddito al partner senza consentirne la libera disponibilità.
In tutti questi casi il principio è lo stesso: l’autonomia economica è una componente essenziale della libertà personale.
Le vittime di violenza economica spesso non dispongono di un reddito proprio, non hanno accesso a un conto corrente personale e sono costrette a chiedere il permesso al partner per affrontare anche le spese più comuni e necessarie alla vita quotidiana. Questa condizione le rende dipendenti dalle decisioni della parte economicamente più forte della relazione.
L’orientamento della giurisprudenza italiana è coerente con i principi della Convenzione di Istanbul e con le più recenti direttive europee. Si tratta di un importante passo avanti nella tutela delle vittime, che potrebbe favorire ulteriori interventi legislativi finalizzati a rafforzare gli strumenti di protezione contro ogni forma di abuso economico.
